Un bel novizio in politica

Mario Monti non ha ragioni per preoccuparsi degli attacchi che gli vengono dagli avversari politici e futuri competitori elettorali. Le esibizioni di superiorità di Silvio Berlusconi, le più abili insinuazioni di Pier Luigi Bersani, per non parlare delle improbabili lezioni di Beppe Grillo come costituzionalista improvvisato, non intaccano l’immagine del professore, quella di un “novizio” della politica e di un tecnico impegnato a mettere un po’ d’ordine “teutonico” nell’allegro bailamme della legislazione e dell’amministrazione italiane.
11 AGO 20
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Mario Monti non ha ragioni per preoccuparsi degli attacchi che gli vengono dagli avversari politici e futuri competitori elettorali. Le esibizioni di superiorità di Silvio Berlusconi, le più abili insinuazioni di Pier Luigi Bersani, per non parlare delle improbabili lezioni di Beppe Grillo come costituzionalista improvvisato, non intaccano l’immagine del professore, quella di un “novizio” della politica e di un tecnico impegnato a mettere un po’ d’ordine “teutonico” nell’allegro bailamme della legislazione e dell’amministrazione italiane. Se le sue caratteristiche siano pregi o difetti lo diranno gli elettori, che hanno avuto un anno di tempo per giudicare e capire e non si faranno impressionare da qualche fuoco d’artificio pre-elettorale. Non è di chi è distinto e distante da lui, quindi, che Monti deve preoccuparsi, ma della corte dei “montiani” che si sta radunando attorno a lui, per sostenerlo ma anche per condizionarlo. Monti ha di fatto annunciato la sua scelta di competere sul terreno politico apparendo al fianco di Sergio Marchionne e dei lavoratori della Fiat di Melfi. Il segnale simbolico era evidente e convincente: segnava un confine netto con la Cgil e quindi con la sinistra tradizionale, che osteggia la Fiat di Marchionne come espressione di una libertà d’impresa che si confronta con la più aspra competizione internazionale, ma anche con la Confindustria, che ha preferito perdere la rappresentanza della maggiore impresa privata che sostenerne le ragioni anche se questo metteva in discussione le logore prassi concertative.
Tra i “montiani”, a cominciare dagli ultimi presidenti di Confindustria, non si respira lo stesso clima, la restaurazione degli antichi equilibri statici sembra prevalere sulla necessità di rotture creative. Anche lo spirito “noviziale” con cui Monti affronta la materia propriamente politica trova un contraltare evidente nell’esperienza e nella coazione a ripetere ritualità ormai vuote, che caratterizzano la vicenda dei capi partito che lo attorniano. A Monti è toccato il compito di guidare un esecutivo “extraparlamentare”, in condizioni eccezionali. Passare da questo al più tradizionale dei parlamentarismi significherebbe, di fatto, riproporre una specie di governo dell’Unione prodiana, una copertura tecnocratica a una politica priva di nervo rinnovatore. Per andare alle elezioni servono candidati, strutture organizzative e propagandistiche, insomma dei partiti, e anche Monti dovrà fare i conti con queste esigenze peraltro del tutto legittime. Se però ne diventerà prigioniero, com’è possibile, i caratteri innovativi del suo messaggio ne usciranno malconci.